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fr. GIANFRANCO MARIA CHITI da Gignese
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Padre Gianfranco Maria Chiti in una intervista rilasciata ad un giornale nel 1997, sollevando dignitosamente il velo sul segreto di una vita così impegnata e quasi eroica nelle varie vicende delle quali è intessuta, ebbe a dire: "Guardi che io non sono caduto da cavallo come Paolo a Damasco. Ho sempre amato il Signore, anche se ne ho combinate tante nella vita, ma con una mano facevo quello che mi pareva e con l'altra rimanevo da vigliacco, attaccato a Lui".
Nato a Gignese (Novara) da Giovanni, un milanese insegnante di violino e dalla reatina Giovanna Battagalli, il 6 giugno 1921, passò l'infanzia e la prima giovinezza a Pesaro, all'ombra del convento dei Cappuccini, dove s'iscrisse all'O.F.S. e aderì alla Conferenza di San Vincenzo de' Paoli.
Presto unì la militanza nella fede a quella della Patria. Dopo aver frequentato la Scuola Militare di Roma e la Regia Accademia di Fanteria e Cavalleria in Modena, nel 1941-
Fu combattente sui fronti croato, greco e russo, dal 29 aprile 1941 al 25 aprile 1945. Nella Campagna di Russia e durante la ritirata dal fiume Don, fu ferito al calcagno sinistro e subì il congelamento di 2° grado ad entrambi gli arti inferiori.
Della sua vita sui fronti di guerra, diede poi lui stesso una lettura come un'esperienza profonda del suo spirito. "Quando, durante la ritirata, vedevo i corpi dei miei giovani compagni riversi senza vita, mi veniva l'istinto d'inginocchiarmi e baciarli, perché morivano per le colpe di altri, perché erano stati strappati alle loro famiglie, portati in territori lontani a morire. Vedevo in loro l'immagine del Redentore, perché anche la guerra è effetto dei peccati del mondo. Quando ci incontravamo con gli altri, i nemici, non con le armi in pugno, fra noi non c'era né odio né violenza, ma rispetto, desiderio di aiutarci. Come saremmo ritornati vivi in Italia, se non avessimo ottenuto l'aiuto delle donne russe, che ci hanno dato da mangiare quel poco che gli era rimasto, probabilmente perché nei nostri volti vedevano i volti dei loro figli e dei loro mariti che stavano dall'altra parte?" (“Messaggero di sant'Antonio”, marzo 1984, p. 56).
Ripetutamente fr. Gianfranco ha confidato che quelli sono stati i momenti in cui più forte ha avvertito la chiamata di Dio alla vita consacrata. "Il desiderio di entrare nell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini, si è manifestato durante la seconda guerra mondiale e precisamente sul fronte russo e, direi, nel periodo del ripiegamento. Fu soprattutto in quel momento di grande sofferenza per i nostri soldati, per i nostri combattenti, per i soldati impegnati su quel fronte, che trovai nella religione un motivo per superare momenti di grande crisi, per trovare forza e incitamento a cercar di portare il maggior sollievo possibile ai miei fratelli sofferenti di entrambe le parti".
Significativo, in questa rilettura dell'esperienza militare di Gianfranco Chiti, la costruzione della chiesetta in onore di Maria Assunta in Cielo in Somalia, dove fu dal 1950 al 1954, prima come Comandante del Quartier Generale del Comando delle Forze Armate in Mogadiscio, poi come Comandante di Compagnia Somala.
Quando avvertì prepotente la "voce" durante la ritirata dalla Russia, aveva 25 anni. Da sempre aveva guardato ai figli di San Francesco "come un povero guarda ai ricchi". Per allora, ricordava, "mi affidai alla Beata Vergine perché mi aiutasse a coronare la mia aspirazione".
Con questo segreto nel cuore, dove la piccola voce diventava sempre più esigente. Dopo varie vicende, approdò a Viterbo il 20 ottobre 1973, in qualità di Comandante della Scuola Allievi Sottufficiali dell'Esercito e vi rimase fino al 10 gennaio 1978. Il 6 maggio dello stesso anno fu promosso Generale di Brigata e collocato in ausiliaria per raggiunti limiti di età.
24 giorni dopo (il 30 maggio), era già tra i Cappuccini nel convento di San Mauro a Rieti. Era intenzionato a rimanere semplice "fratello", ma si rimise completamente al parere dei suoi formatori e s'incamminò verso il sacerdozio, che ricevette nella cattedrale del capoluogo sabino il 12 settembre 1982.
Un episodio soltanto della sua permanenza a Rieti, che fa intuire il genuino spirito francescano di frate Gianfranco Maria Chiti tra i cappuccini. In quel convento era venuto a mancare improvvisamente un fratello semplice, senza cultura, ricco della sapienza di Dio e della grazia del lavoro a servizio dei fratelli, il fratello cercatore fr. Ignazio da Monte San Giovanni Campano, che aveva speso tutta la sua vita a servizio dei fratelli cercando pane e regalando pace e bene. Ebbene, fr. Gianfranco, dal 29 giugno al 31 luglio 1988, per perpetuare la sua memoria, insieme ad un novizio, fece la questua del grano, ripercorrendo lo stesso itinerario di fr. Ignazio, nella zona della maremma tra Viterbo e il mare. Il raccolto fu abbondante, l'esperienza intensa e faticosa, ma frate Gianfranco, il Generale di Brigata Chiti, volle ripercorrere le umili vie della santità di san Felice da Cantalice, di san Crispino da Viterbo e di innumerevoli fratelli cappuccini fra la gente che suda e fatica nell'impegno quotidiano della "grazia del lavoro".
Nel 1990 fu inviato ad Orvieto, dove è rimasto fino al suo ultimo ricovero in Ospedale, resosi necessario per un intervento di chirurgia ortopedica. Dall'Ospedale civile di Orvieto, è stato trasferito all'Ospedale militare di Roma "Celio" per la riabilitazione.
Qui il quadro clinico generale è apparso, per i regressi fenomeni a suo carico, molto compromesso e più preoccupante che mai. L'alacre impegno di questo rinomato nosocomio e di tutti gli operatori sanitari e l'appassionata sollecitudine dei suoi colleghi superiori, hanno alleviato quest'ultimo percorso della sua vita consegnandolo serenamente all'abbraccio di sorella morte, avvenuta sabato 20 novembre 2004 alle ore 8,30, vigilia della festa di Cristo, Re dell'Universo.
Ha vissuto, come si può intuire, da questi rapidi cenni, il mutamento di vita, come una continuità di servizio e di fede. Scelse i Cappuccini perché gli sembravano "delle truppe d'assalto della Chiesa e disponibili in tutti i campi e con la Regola più austera". A chi gli chiedeva se gli era costato molto cambiare categorie mentali e linguaggio, rispose: "Nessun problema, non li ho cambiati, perché "dentro" è rimasto tutto come prima: la stessa voglia di amare il Signore e di servirlo in qualche modo. Ho cambiato solo "Corpo" e divisa. Ma una certa retrosia, da buon soldato, ci fu: non gli fu agevole accettare di farsi crescere la barba. Da buon francescano, era convinto che "quando si trova un tesoro – e lui lo aveva trovato nella vita di consacrazione tra i cappuccini – non è possibile goderlo se non lo si divide con altri" . Anche questa fu una delle motivazioni per le quali – nonostante l'età non più verde -
Con questo spirito, con questo stile, con questa fede, fr. Gianfranco Chiti ha vissuto in pienezza gli anni della sua vita religiosa nel convento di Orvieto, che, oltre ad averlo fatto risorgere materialmente dalle macerie, provocate non dalla guerra, ma dall'abbandono e dal tempo, ne ha fatto luogo d'irradiazione spirituale e per la Chiesa locale e per la città di Orvieto e oltre, rendendolo pure preziosa eredità che i confratelli cappuccini intendono raccoglierla, proseguendone l'ispirazione e l'opera.
L'Associazione Nazionale dei Granatieri in congedo, lo aveva scelto come "Padre Spirituale", per cui fu sempre in mezzo ai suoi soldati, che lo soprannominarono "frate chilometro": qualunque avvenimento era buono per riimmergersi tra le giovani reclute, soprattutto tra i Granatieri di Sardegna.
Ripetutamente i Superiori lo esortarono a moderare la sua frenetica attività apostolica, che non conosceva limiti di spazi e di tempi, ma sempre con scarsi risultati. Se è vero che " per quarant'anni non si è mai concesso più di tre ore alla notte di giusto riposo per dedicarsi con meticolosa precisione e più che dimostrata capacità, agli incarichi derivanti dal suo grado" (Candia), quando era a servizio della Patria tra i soldati, da religioso cappuccino e sacerdote, avvertiva anche lui il pungolo irrefrenabile di san Paolo, che lasciò scritto queste parole: "Caritas Christi urget nos". E lui, Gianfranco Chiti, che aveva confidato: "Ho sempre amato il Signore", lo ha fatto con fedeltà, sacrificio ed amore, sprezzando il pericolo e confidando in Dio, fino a quando, lui, il suo Dio, non la ha fermato sulla frontiera della vita, mentre scendeva con la macchina, per l'ennesima volta per servire i fratelli, dal suo eremo di Orvieto, dove soltanto il Signore ha conosciuto i segreti colloqui del cuore di un uomo, che aveva risposto ad una voce che lo aveva chiamato nel fiore degli anni, l'aveva custodita meditandola nel suo cuore e l'aveva realizzata in età non più verde, perché uomo retto, onesto, giusto e perché aveva affidato questo suo progetto alla Madre di Dio, la Madre della vita, che custodisce, su mandato del figlio morente, soprattutto coloro che Dio chiama a vivere in maggiore intimità con lui.
Rinaldo Cordovani