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per le testimonianze inviate e-
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Per ogni testimonianza
sarebbe utile che la persona
tenesse presente quanto segue:
Generalità sue: Nome, cognome, luogo e data di nascita, professione, indirizzo e numero di telefono. Eventuale indirizzo telematico.
Se e come ha conosciuto P. Chiti. Come è venuto a conoscenza dei fatti che riferisce. Se parla di esperienza personale o per aver inteso da altri. In quest’ultima ipotesi, dovrebbe indicare la fonte, possibilmente con dati che possano identificarla (nome, cognome, indirizzo, professione, tel..).
La persona dovrebbe riferire fatti e ricordi possibilmente ben collocati nel tempo. Citando date, luogo e circostanze.
Se possibile, dovrebbe concludere con un suo parere personale sulle virtù umane, cristiane e religiose di Chiti. Se lo crede opportuno, potrebbe accennare anche ai limiti e alle fragilità di Chiti e il suo impegno di risolverli su un piano di fede.
I documenti scritti, vanno datati e firmati con nome, cognome e indirizzo.
Le foto andrebbero corredate da una didascalia che indichi la data, il luogo, la circostanza e, possibilmente, identifichi le persone, almeno le più significative.
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TESTIMONIANZE
a cura di Rinaldo Cordovani
Ai primi di settembre 2004, quando p. Gianfranco M. Chiti era già ricoverato in ospedale, chiesi a p. Carmine De Filippis, attuale Ministro provinciale dei cappuccini romani, una sua “sensazione” su p. Gianfranco, che morì il 19 novembre successivo.
Poco dopo, p. Carmine mi consegnò questo scritto, con il quale vorrei aprire la serie di testimonianze sull’uomo Chiti, sia prima che dopo la sua scelta di essere frate cappuccino. Spero di ricevere molte comunicazioni.
Anche se non tutte, saranno pubblicate in questo sito, rispettando, però, la riservatezza dei dati, eccetto che lo scrivente non dica espressamente che desidera che compaia il suo nome, come nel caso di p. Carmine.
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Padre Gianfranco “alto” in tutto
Roma -
Lo incrociai velocemente nell’ufficio della sacrestia del convento di Viterbo: imponente nella sua bella divisa militare; signorile nel suo lieve inchino al mio “pace e bene” di saluto; luminoso nel suo volto austero per quegli occhi che in un baleno notai miti quasi come di bambino.
Capii solo dopo qualche tempo che si trattava del “famoso” colonnello Chiti, Comandante della Scuola Allievi Sottufficiali, da tutti elogiato ed ammirato per la sua nobiltà di giudizio, per l’estrema correttezza di comportamento, per la sua fede cristiana assolutamente integra e fervida.
Quell’incontro fugace e di per sé insignificante, rimane per me, a tutt’oggi ‚ a 26 o 27 anni di distanza, indelebile nella memoria, come un “icona” scritta con affetto nel cuore.
Lo rividi una seconda volta dopo qualche anno, nel convento di Cittaducale (RI), ma con addosso il dimesso saio cappuccino.
In quegli anni chi non aveva parlato di lui? Anche noi frati con grande ammirazione avevamo commentato il fatto eclatante di un generale dell’esercito che lascia i suoi privilegi ed abbraccia l’umilissima vita francescana.
Era raggiante in volto e ancor più negli occhi e con un largo ed affettuosissimo abbraccio ora mi trasmetteva la sua gioia fiera ed entusiasta di servitore della Regola di s. Francesco.
Poi, ovviamente, i contatti, i dialoghi, gli incontri si sono succeduti numerosi, soprattutto ad Orvieto-
Uomo forte, uomo gentile; alto e robusto di corporatura, modesto nello spirito; militare dalle qualità civiche eroiche, religioso a mio avviso altrettanto eroico nella pratica del Vangelo; sensibilissimo alle necessità della gente, sempre presente a Cristo e a Maria per la Quale considera mai sufficienti lodi ed affetti e alla Quale, ovunque viva, dedica o addirittura costruisce edicole, “grotte”, altarini; gioviale ed instancabilmente accogliente, eppure poi “segreto” nel suo immergersi totale nel mistero di Dio; generoso verso tutti fino all’esagerazione nel dare, nel distribuire ai poveri cibo e nel procurare a tanti lavoro e favori e praticamente dimentico delle proprie necessità elementari quali il nutrirsi ed il riposare. L’elenco potrebbe continuare...
Mi piace sottolineare ancora questo: vive una speciale amicizia con Gesù e con la dolcissima Madre Maria. Desidera partecipare alle Loro sofferenze, unendo il più possibile le proprie. E’ un innamorato di Dio, del Regno di Dio. A Lui si rivolge con sincera supplica perché i fratelli e le sorelle trovino tutti la via della Grazia: è ardente, direi veemente in questo desiderio di carità. . .
E pare proprio che possegga una speciale dimestichezza con s. Francesco e con l’umile ed allegro s. Crispino.
Continuo, dunque, a tenere presente P. Gianfranco “alto” in tutto, in particolare circa quella misura di vita cristiana”.
Padre Carmine De Filippis, OFM Cap.
Salvò partigiani ed ebrei e finì in campo di concentramento
Nota
Era il 3 maggio 1945, quando, giunti a Castellamonte, il Comando del raggruppamento “Cacciatori delle Alpi” comunica ai Comandanti del Battaglione Granatieri, che il Maresciallo Graziani aveva firmato la resa dell’Arma con gli Alleati e che il Raggruppamento doveva consegnarsi a loro nella zona franca di Bairo e Torre a 4 chilometri da Castellamonte.
Sotto la guida del Capitano Francesco Christin, i Granatieri si sciolgono e consegnano le armi al Comando partigiano, ricevendo, in cambio, la garanzia di un lasciapassare per tutti. I Granatieri, in abito civile, si avviarono verso l’autostrada per Milano. Ma un gruppo, che si era diretto verso la montagna, due giorni dopo, venne intercettato da un reparto militare alleato che condusse tutti prima ad Ivrea, poi al campo di concentramento di Modena e quindi al campo di prigionia di Coltano, nei pressi di Pisa. In autunno, questo fu chiuso e tutti passarono al campo di internati di Laterina (Arezzo). Come mai il Colonnello Chiti si trovasse nelle carceri giudiziarie di Torino nel maggio del 1945, sarebbe interessante saperlo. Comunque, anche lui fu a Coltano nell’estate del 1945( e a Tombolo). Il Campo era in mano degli “Alleati”. Chiti in una lettera del 1 settembre 1945, scrive che il campo è passato agli italiani e che ormai sono 5 mesi che è lì, rassegnato a tutto. Il 26 ottobre dello stesso anno fu trasferito nel campo di concentramento di Laterina (Arezzo), che lui definisce un inferno: cibo scarso, freddo pungente, riacutizzarsi delle ferite, gonfiore agli occhi, sofferenza polmonare, oltre che morale. Erano in 1.200. Fu liberato il 20 dicembre 1945.
R.C.
Al Vicequestore Dott. Mulas. Questura di Torino, Corso Vingoglio, 10
Debbo dichiarare per la verità che il Ten. CHITI GIANFRANCO attualmente trattenuto nelle carceri giudiziarie di Torino (Corso Vitt. Emanuele) perché appartenente ai Granatieri dl Sardegna, mi fu di grande aiuto nella mia missione di Intermediario a nome di Mons. Vescovo di Mondovì, Mons. Sebastiano Briacca, e di aiutante Cappellano dei Partigiani delle Langhe e di altre zone circonvicine.
Egli infatti salvò parecchi partigiani dalla fucilazione, circa una ventina, tra cui il Ten. Tozzi, il Ten. Guido, il Caposquadra Gim, il partigiano Fea, Dadone ecc. Inoltre riuscì a togliere dalle carceri di Ceva circa duecento Partigiani, preparando un corso speciale allo scopo ed arruolandoli nella sua Compagnia per poterli poi mettere nella possibilità di far ritorno o alle loro case o alle file partigiane, come realmente è avvenuto.
Liberò ancora dalla fucilazione un certo Roccarino.
Le benemerenze del suddetto Ufficiale verso il movimento partigiano furono tante e tali che sento il dovere di segnalarle alle competenti Autorità, non solo a nome mio ma soprattutto di Mons. Vescovo di Mondovì, affinché sia provveduto allo scarceramento.
Di tutte le affermazioni fatte, posso e debbo citare testimoni non dubbi: lo stesso Mons.Vescovo di Mondovì; Don Roatta parroco di Mondovì Breo, Don Dadone vicario di Murazzano; Don Massuerotti parroco di Belvedere Langhe; Don Ireneo parroco di Manghi, L’ingegn. Commend. Battaglia di Mondovì, il Sig. Martini negoziante di Mondovì e cugino del Comandante Mauri, l’Avvocato Bertola, L’ing. Nicoli pure di Mondovì.
In genere posso citare come testimoni tante persone di tutti i luoghi dove il suddetto Tenente è stato.
Mondovì 23.V. 1945
(Torino, 25.V. 1945
Don Restagno Bernardino
Aiutante Cappellano dei Partigiani “Mauri”
A questa lettera di don Ristagno si legge l’aggiunta seguente, dattiloscritta in rosso:
La re1azione di Don Restagno fu fatta sotto la fretta del momento ed è perciò molto incompleta. Senza volerla completare mi contento di aggiungere due soli fatti: 1) il Ten. Chiti salvò dalla deportazione in Germania o dall’internamento in Italia il sig. Giulio SEGRE’ di razza ebraica, trovato a Carmagnola .Il Ten. lo arruolò nella sua Compagnia e poi al primo di aprile lasciò che se ne andasse via. Egli aveva poi preso su di sé il sostentamento del padre del predetto Segré, che viveva a Torino in misere condizioni, data la sua appartenenza alla razza ebraica A me consta che parecchie migliaia di lire (e tutte di tasca del Tenente) gli furono mandate per mezzo del figlio Giulio. 2) Se parecchi paesi non furono bruciati e non ebbero feroci rappresaglie, comandate da Ufficiali superiori, lo si deve all’umanità del Ten. Chiti: anzi, il suo esempio e la sua parole ebbero un in flusso molto forte sui suoi colleghi comandanti di Compagnia ed altri ufficiali, creando così una vera mentalità antirapresagliesca ed antiferoce, ed inducendo agli scambi di prigionieri, a colloqui tra capipartigiani ed ufficiali.